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Zeus e la Pedagogia

dal sito ufficiale di Agiscuola

dal sito ufficiale di Agiscuola - Goodbye Mr. Zeus !
 
Good bye Mr. Zeus
il saluto, il congedo
fra commedia e romanzo della formazione
di Maurizio Fabbri (*)
(*) Professore di Pedagogia Generale e Sociale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, Presidente del Corso di Studi  Educatore nei Servizi per l'Infanzia.
 
E’ un caldo pomeriggio d’estate, quello in cui Alberto, giovane uomo alle soglie della maturità, si “perde” negli ingorghi della periferia bolognese. E’ lì, prigioniero della propria autovettura, e anche l’ombra del portico che insiste sulla via gli pare tuttaltro che un rifugio accogliente: la tensione sale, il suono del suo clacson è solo un’eco al rumore dei tanti altri che, col loro verso stonato, esprimono rabbia e impotenza, voglia di andarsene… quando, nel tentativo di sottrarsi alle catene di quel pomeriggio opprimente, tenta una manovra di troppo e investe un ciclista.
         Avrebbe potuto finire in tragedia e, invece, è solo l’inizio di una commedia che, con il tono lieve dell’ironia e il sorriso sempre pronto sulle labbra, tocca i grandi temi della contemporaneità: la solitudine e l’estraniazione da sé, il silenzio che cresce in società svuotate dei propri valori, il rumore sordo, quando non assordante, che tenta, invano, di coprirlo. In questo rumore, il ciclista si rialza e con disinvoltura si fa consegnare da Alberto il contenuto del suo portafoglio: poche centinaia di euro, quasi un presagio di fortuna per il ciclista avvezzo a sfruttare tutte le occasioni; l’ennesimo strappo per il protagonista di questa giornata concitata e parossistica.
         Non è difficile identificarsi in Alberto. Abbiamo tutti esperienza di tensioni indicibili, che danno voce, ma non parola, alle nostre pulsioni profonde: rimbalzo di giornate amare dominate dal troppo e dalla fretta, e attraversate da un’attesa non fruttifera, quelle tensioni sono spesso indice di perdite cui non è facile rassegnarsi o di un’espropriazione in corso. A tendersi è il corpo pronto a combattere, insofferente e vitale, contro un nemico che lo circonda, lo invade e si nasconde, sottraendosi ad ogni sfida o duello possibili. Attimi, a volte lunghi come ore, che ci dominano in tutta la loro intensità, lasciandoci infine spaesati, altro da noi stessi…
         Senonchè, man mano che il racconto si dipana e le immagini scorrono sullo schermo, scopriamo che quelle tensioni sono, per Alberto, un’abituale condizione di vita, quasi un’atmosfera che fa da contrappunto alle sue imprevedibili scelte: dopo aver liquidato il ciclista, abbandona l’auto in mezzo all’ingorgo e, correndo a perdifiato, si reca in un negozio d’animali, dove entra con l’intenzione d’acquistare un cucciolo di cane, da regalare alla propria fidanzata, Adelaide, e dal quale esce invece con un… pesciolino rosso! Quindi si precipita a casa di quest’ultima, con tre ore di ritardo, si scusa in modo per nulla convincente, le comunica che quella sera non potranno cenare insieme, in quanto sono sopravvenuti altri impegni, e, trattandosi del suo compleanno, le fa dono del pesciolino appena acquistato: un pesciolino, anziché un cane!
         Rabbia, incredulità, delusione sono il leit motiv delle reazioni di Adelaide che rifiuta il regalo ricevuto e gli sbatte la porta in faccia. Anche in questo caso, tuttavia, quello che appare come un comportamento ampiamente giustificabile e nel quale è facile identificarsi, si rivela essere, nel corso del film, un autentico e problematico stile di relazione che punteggia tutte le più importanti sequenze comunicative del loro rapporto di coppia. Qualunque cosa Alberto faccia, Adelaide lo perdona, sempre: ovviamente, dopo averlo sgridato o, anche solo, affettuosamente rimproverato, aver sorriso della sua inesperienza e fragilità, aver accondisceso alle sue richieste più strane. Alberto allaga la casa e si ritrova a girare nudo per la città, con uno stoino come foglia di fico? Viene accusato di essere responsabile dell’esplosione della palazzina in cui entrambi vivevano? Subisce un ricovero coatto presso il reparto di psichiatria diretto dal dott. Salingheri? Viene licenziato dalla filiale, nella quale lavorava? 
In nessuna di queste situazioni, Adelaide smarrisce il controllo di sé. Nonostante essa stessa ne subisca le conseguenze negative, con piglio quasi disumano si attiva per ricercare soluzioni alternative: efficiente, sicura, decisa, procura una nuova casa, dove andranno, a quel punto, a vivere insieme; trova un altro posto di lavoro per Alberto, questa volta, come commesso; media e interferisce nella relazione con lo psichiatra, fino a sostituirsi a lui. E’ davvero così grande l’amore che Adelaide prova per il compagno? Come dice giustamente l’amico Armando: “Tu non ami Alberto: tu ami possederlo!”
Ebbene, anche queste immagini di possesso sono ampiamente diffuse nella nostra cultura e consentono facili identificazioni: non solo perché filtrano le esperienze di primo impatto col mondo e interferiscono sovente nelle relazioni educative, ma anche perché siglano la difficoltà di emanciparsi da quei primi condizionamenti, per inoltrarsi in un più complesso universo di relazioni simmetriche, aperte alla reciprocità. Vi è, nell’ansia di possesso che Adelaide esprime nei confronti di Alberto, una ricerca di fusionalità che la metta al riparo dalla solitudine e che viene tanto più alimentata dai continui tentativi di fuga e di sottrazione del compagno: dietro la sua forza apparente, Adelaide dipende da Alberto più di quanto questi non dipenda da Lei.
Alberto, anzi, in ogni istante della storia, asseconda un proprio percorso di autoregolazione, che lo spinge a optare, è vero, per comportamenti strani e imprevedibili, non chiari neppure al diretto interessato, ma non per questo privi di un loro interiore teleologismo. Le sue frequenti “stranezze” e distrazioni muovono in direzione di salvezza, piuttosto che di smarrimento e dispersione: ad esempio, egli si salva dall’esplosione avvenuta nello stabile in cui abitava, grazie al fatto di esser rimasto chiuso fuori di casa. Acquista un pesce, anziché un cucciolo di cane, e ne scaturisce una dinamica di rispecchiamento che lo porterà a riflettere sulla propria, personale, condizione di “ingabbiamento”: esso stesso prigioniero di un mondo, spalancato sulla realtà esterna, le cui pareti attendono solo d’essere infrante… E, in effetti, di lì a poco, si scopre che il pesce che Alberto ha acquistato non è un pesce qualunque, al punto che gli verrà dato un nome (e che nome: Zeus!) che darà il titolo al film: sa contare e leggere il labiale, conosce l’alfabeto, elabora progetti di liberazione e di fuga dalla propria realtà, chiede ad Alberto di ricondurlo nel suo luogo d’origine. Prima, però, è necessario che anche il suo amico padrone sperimenti fino in fondo la condizione d’ingabbiamento e di perdita della libertà: non più in termini elettivi, ma impositivi, come conseguenza di un’esperienza di segregazione, piuttosto che di rinuncia a responsabilizzarsi. Per questo, Alberto e il suo pesciolino elaborano insieme un piano che lo spinge a rapinare una banca e che si conclude con una condanna a otto anni di detenzione.
Otto anni in carcere assieme? Non sarà necessario: mentre Adelaide si adopera per ottenere tutte le agevolazioni possibili e ridurre la pena, Alberto decide di uscire di scena e lo fa nel modo più radicale. Una volta ottenuta la semilibertà, organizza la propria fuga e, dopo essersi procurato un passaporto falso, rifiuta di ritornare nelle molte gabbie sperimentate: il rapporto con Adelaide, un lavoro non scelto, ultima, il carcere. E così, dopo aver liberato Zeus nelle cascate svizzere della Val Verzasca, Alberto, forte del suo statuto di evaso e di fuggitivo e della sua nuova identità, prende il volo per il Messico. E Adelaide? Attonita e incredula, incapace di rassegnarsi al fatto di essere stata raggirata, scopre un’altra modalità per sottrarsi alla propria solitudine: accostarsi a un’altra solitudine, quella del Direttore del carcere in cui Alberto era rinchiuso, anch’egli abbandonato dalla moglie. Entrambi incapaci di vedere in Zeus nulla più che un pesce rosso.
Che dire ancora di questo film piacevole e struggente, ironico e commovente, che la scrittura e la regia, entrambe sapienti, di Carlo Sarti hanno voluto regalarci? Le immagini procedono per spaccati di realtà che evocano l’immagine del viaggio e di itinerari sempre inconclusi. La Bologna che compare sullo sfondo si sottrae ad ogni possibile definizione: non dà voce alla propria storia, non si interroga sul proprio futuro. I luoghi in cui essa, mirabilmente, si scompone sono refrattari e sfuggenti, quando non indifferenti: intercambiabili con quelli di una qualsiasi altra città, delineano l’altrove onirico che popola i nostri sogni, quando le notti, inquiete, inseguono la luce del giorno. Lì, in quelle profondità, dimora una pesantezza che solo il cinema migliore sa raccontare con penna lieve: procedendo per spunti, metafore, immagini d’infanzia, suoni, odori, bagliori. E dando voce a quel romanzo della formazione che sempre opera incompiuto dentro ciascuno di noi.
        

 - Goodbye Mr. Zeus !

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Goodbye Mr. Zeus !

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