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Zeus dallo psicoanalista

Zeus sul lettino dello psicoanalista

Zeus sul lettino dello psicoanalista - Goodbye Mr. Zeus !

L’IRRESISTIBILE CORSA VERSO LA LIBERTA’
di Stefano Bolognini (*)
 
(* Presidente della Società Psicoanalitica Italiana,
eletto da Giugno 2011 alla Presidenza Mondiale della Società Psicoanalitica)
Good-bye Mr. Zeus! scritto e diretto da Carlo Sarti, presenta diversi livelli di possibile lettura per uno psicoanalista, e spero mi scuserete se – pur non essendo un esperto del settore – mi permetto di aggirarmi all'interno di questa storia con animo curioso.
Il film si avvia con uno stile felicemente umoristico, tanto da suggerire un’atmosfera da commedia leggera, spiritosa, divertente.
Si assiste così ad una serie di disavventure domestiche di vita quotidiana di Alberto, il protagonista, che appare un giovane un po' scombinato, alle prese soprattutto con una relazione amorosa solo in parte convincente.
La fidanzata Adelaide, commercialista in carriera, è infatti deliziosa, però molto convenzionale, molto modaiola: vive in una dimensione estetica “di ordinanza”, tipica di una ragazza trendy & fashion lanciata nella vita professionale.
Adelaide è una persona positiva, vuole bene ad Alberto e gli manifesta un sincero attaccamento, ma il comportamento continuamente conflittuale di lui (tre passi avanti e due indietro, continui incidenti di varia natura apparentemente privi di senso e del tutto casuali ma ad una lettura più attenta, in realtà rivelatori di una condizione interna di conflitto tra parti di sé) ci dice che nella vita di questo giovane molte cose rimangono irrisolte.
E che, per esempio, proprio la relazione fondamentale con la sua fidanzata è fonte di profonde ambivalenze.
 
Alberto sembra sulle prime un individuo distratto, parzialmente disadattato. Capiremo poi nel corso del film che questa sua natura non è così insensata: c’è un filo sotterraneo costante che lega le sue maldestre iniziative alle sue prevedibili disavventure.
Esse sono l'espressione di una ambivalenza di fondo verso un tipo di relazione amorosa (e, parallelamente, verso un tipo di scelta di vita) che - normali per altri - sono per lui profondamente distruttivi; ma questo lo si capirà strada facendo.
Nelle fasi iniziali del film Alberto rimane nudo fuori casa - scena che richiama atmosfere tragicomiche classiche, tra Chaplin e Sordi - testimoniando una condensazione delle spinte inconsce di Alberto: lui inconsciamente vuole uscire da quel guscio, in maniera tale da non poterci più rientrare, al di là delle sue intenzioni coscienti.
Si presenta così “nudo nato” sulla via, proprio come un neonato del tutto disadattato rispetto alla realtà esterna.
 
L’entrata in scena del pesce Zeus, è in certo senso, una comparsa “a scendere”: Alberto, che intendeva fare un regalo alla fidanzata, prima aveva cercato di acquistare un cagnolino di gran razza, ma era rimasto sbigottito di fronte al costo esorbitante; allora aveva ripiegato verso un altro tipo di cane meno costoso, ma anche questo risultava per lui inarrivabile, perché aveva appena perso le sue modeste risorse economiche nell’incidente d'auto con cui si era aperto il film.
Alla fine aveva comprato ciò che poteva realisticamente permettersi: un pesce rosso, che, rispetto a un cane, è un essere molto più primitivo, molto più arcaico, molto più intrauterino (vive in una boccia pieno di liquido) e ha una capacità relazionale ovviamente ridottissima.
Questo è tutto ciò che Alberto può al momento permettersi, a testimonianza simbolica anche del modesto investimento (libidico e affettivo) “ da 5 euro ” che può dedicare alla relazione con una donna.
Senonché questo pesce si rivela davvero prodigioso, perché in realtà non solo comunica (e il protagonista trova subito la maniera di intendere quello che il pesce pensa, interpretandone con sorprendente immediatezza i movimenti cifrati della coda), ma invade letteralmente la mente e il cuore dei suoi successivi proprietari, ispirando loro un’atmosfera quasi magica di coinvolgimento, di passione verso ciò che questo pesce rappresenta.
Come in un acuto innamoramento madre-bambino, tra i due si accende ben presto un dialogo intenso, esclusivo, profondissimo, capace di congiungere il nucleo interno di sé di Alberto con questo piccolo animale apparentemente muto, ma invece molto comunicativo.
Questa medesima fascinazione colpirà anche i carcerati tra i quali Alberto deve scontare una detenzione per un maldestro tentativo di rapina.

Dal canto suo, il pesce prigioniero della boccia di cristallo si batte con i mezzi che ha per raggiungere la libertà nella natura: così come fa - senza saperlo - anche il protagonista Alberto, chiuso in una “boccia di cristallo relazionale” con Adelaide, nonché in una “boccia di cristallo professionale” dietro i vetri di un sportello bancario, e infine chiuso concretamente in un carcere che ne limita la libertà personale (tante bocce di cristallo, più o meno concrete).
A quel punto il pesce Zeus diventa il suggeritore, l’allenatore, l’istigatore, il profeta di un viaggio verso la libertà che riguarda Alberto in una maniera molto più profonda e significativa di quanto egli potesse raffigurarsi, perché della sua personale infelicità Alberto non era pienamente consapevole: egli si ritrovava a inciampare di continuo in una accidentalità quotidiana apparentemente caratteriale, senza rendersi conto di come questo boicottaggio sistematico di sé fosse collegato ad un malessere profondo, connesso all’ essere prigioniero in tutte quelle “bocce di cristallo” metaforiche.
Di conseguenza il pesce rappresenta (e funziona come) la parte più profonda e autentica di Alberto - e forse anche di molti degli altri protagonisti di questo delizioso racconto cinematografico - perché rappresenta la loro parte inconsapevole protesa verso il raggiungimento di una meta: la libertà.
Meta che per loro non è nemmeno pensabile, perché Alberto prova molto disagio con la sua attuale fidanzata, ma non riesce a dirsi fino in fondo tutta la sua insoddisfazione e tutta la sua compressione.
 
Un motivo fondamentale che ricorre in filigrana nel film è il fatto che nel percorso individuale verso la libertà sono talvolta necessarie anche delle fasi di trasgressione e perfino di imbroglio verso le persone che si amano, come è tipico della fase adolescenziale.
Questa trasgressione mette in scena una piccola quota di hybris, di violenza dirompente, che permette al giovane di crearsi uno spazio al di là delle barriere. Sappiamo bene, del resto, che in generale se i giovani trasgrediscono troppo vanno incontro a seri pericoli e comunque rischiano di rovinare la loro vita relazionale; ma se non trasgrediscono mai, neanche un po’, rimangono fissati e coartati in un territorio esclusivamente familiare dal quale non riescono a uscire.
Questa spinta effrattiva, che richiede una certa dose di aggressività e di microviolenza per uscire dal recinto, è una caratteristica vitale necessaria.
 
Rammentiamo che durante le prime scene del film il pesce era apparso in sogno ad Alberto e gli aveva chiesto di essere messo vicino alla tv dove poteva vedere paesaggi di libertà; in particolare pareva avere apprezzato un bellissimo posto in Svizzera, un vero paradiso per un pesce medio.
Quel paesaggio si rivelerà essere lo scenario della fantasia dominante dell'inconscio di Alberto, il vero rappresentante del suo desiderio profondo, che nemmeno lui conosce consciamente.
 
Il finale del film, condizionato da premesse più implicite che esplicite, è emotivamente esplosivo: riferibile com'è alla metafora decisamente commovente (e anche molto perturbante) di un processo impegnativo di conquista della libertà interiore del protagonista.
Quando Alberto prende l’aereo della compagnia (che – guarda caso – si chiama Darwin Airlines...) destinato a portarlo oltre oceano, dopo aver liberato dopo molte esitazioni il pesce nelle acque della cascata, si capisce che il grande passo è stato compiuto.
E' stato compiuto prima di tutto nei confronti del pesce Zeus, che rappresenta una fondamentale parte di lui; il passo successivo, quello di una concreta emigrazione oltre-confine, è del tutto conseguente e sintonico con il gesto liberatorio e simbolico precedente.
Il distacco di Alberto dai luoghi e dalle persone, infatti, si svolge in un sorprendente e toccante clima di consapevolezza: a questo punto egli non è più guidato da forze o pensieri che non riconosce come propri, ma diviene progressivamente cosciente di quello che vuole e di quello che lascia.
Non è più un Alberto acefalo e nevrotico, che “inciampa” nei propri conflitti inespressi.
 
Sull’altro fronte, anche Adelaide realizza in maniera molto più consapevole la realtà dei distacchi, delle grandi separazioni, quindi delle scelte che cambiano la vita.
Quando Adelaide vede passare un aereo, mentre sale in macchina col direttore del carcere che nel frattempo è diventato il suo fidanzato, possiamo rappresentarci il lato sano di questi distacchi: essi possono permettere delle scelte più adeguate.
Per esempio, questo direttore del carcere sta proprio bene vicino ad Adelaide, è più congruo a lei di quanto non fosse Alberto.
Alberto era ancora un ragazzo strutturalmente insofferente che doveva trovare una sua verità, una sua strada, mentre il direttore del carcere è un uomo già responsabile, che ha già fatto un suo percorso evolutivo e che cerca ora di realizzare qualcosa di buono con qualcuno con cui non teme l'interdipendenza, inaccettabile per un post-adolescente come Alberto bisognoso di staccarsi da un equivalente materno.
In questo senso sembra che la capacità di separarsi abbia portato entrambi – Alberto e Adelaide – a scelte diverse, che sono però pertinenti al livello evolutivo e ai bisogni di ciascuno dei due.
 
Il film sembra avere la funzione di far passare un messaggio profondo perturbante, che è quello relativo alla necessità di grandi separazioni e distacchi per trovare la propria strada e la propria verità.
Lo fa attraverso un gioco narrativo e uno stile scenico che dispongono lo spettatore a seguire con interesse la storia, perché essa è anche divertente; l’involucro, la confezione ricca di umorismo di molte di queste scene (soprattutto nella prima parte) produce l’effetto di legare e coinvolgere l'attenzione dello spettatore, facendolo entrare nella vicenda attraverso l’attrazione esercitata dall’umorismo.
Strada facendo, il messaggio viene poi veicolato fino al cuore oltre che alla mente degli spettatori: ed è un messaggio molto più serio, molto più toccante, sicuramente più profondo del previsto, che ha a che fare con aspetti importanti dell’evoluzione delle persone.
Garbatamente proposto all’inizio come una piéce divertente, questo racconto si trasforma invece in qualcosa di molto più serio e impegnativo, una riflessione sulla vita umana man mano che tende verso l’integrazione finale, allorché il protagonista Alberto si muove sempre meno “suo malgrado” e sempre più coscientemente. All’inizio sembra che egli rimbalzi di qua e di là, sopraffatto dagli eventi esterni, e lo spettatore è addirittura portato a intendere Alberto come un ragazzo un po’ viziato, fin troppo coccolato da Adelaide e forse dai genitori, e in definitiva non molto responsabile.
Nel corso del racconto si capisce perché viveva psichicamente così: perché ancora non riusciva a collegarsi con le parti più interne e più intere di se stesso.
Il pesce Zeus si rivela allora essere il simbolo della parte più profonda del soggetto, che il protagonista “trova” apparentemente per caso, ma che in realtà “si fa trovare” per consentirgli di riprendere il contatto con la parte più autentica di sé, fino a quel momento impossibilitata a farsi sentire.
Il paradosso che proprio un pesce parli sta a rappresentare come molto spesso le parti più profonde delle persone non abbiano la capacità di “parlare” .
 


La zoologa che compare nella scena finale del film non rappresenta per Alberto una vera alternativa amorosa, ma risulta comunque una figura femminile già molto più vicina a quello che in quel momento sta realmente a cuore ad Alberto: cioè al suo Sé neo-natale, che chiede di poter venire al mondo (il tuffo nella “cascata” della vita) e di potersi separare dalla madre imprigionante.
Molti lavori psicoanalitici sono stati dedicati al quantum di aggressività necessaria per separarsi dalla madre, prima di tutto nell’atto - in sé effrattivo - del nascere, facendola soffrire per venirne fuori e forzando comunque le barriere; e poi, più avanti, in altre situazioni equivalenti della vita, in cui se si vuole conoscere qualcosa del mondo bisogna lasciare la “casa madre”.
E qui ci appare chiaro come Adelaide fosse un equivalente materno dotato di tante apprezzabili qualità, ma che corrispondeva anche ad un claustro, cioè un elemento fantasmatico profondo chiuso e imprigionante.
Un dolcissimo contenitore, Adelaide, che presuppone però che tutto sia già scritto, che lui non possa essere se stesso perché già “posizionato” in uno schema pensato da altri; o per lo meno che lui soggettivamente vive come pensato da altri, non vive come suo.


Questo film racconta quindi la storia di un conflittuale viaggio verso la propria indipendenza, verso la propria verità.
Lo fa con i toni iniziali della commedia, poi con gli sviluppi surreali e vagamente parapsicologici del rapporto con il pesce, un elemento di rottura rispetto agli schemi narrativi che gli spettatori sarebbero portati ad aspettarsi su un piano di maggiore prevedibilità.
L'irresistibile corsa verso la libertà, prima nella concretezza della natura, poi nella aperta indefinitezza del destino, ci sorprende alla fine quando si avviano i titoli di coda, commossi in contropiede.

 - Goodbye Mr. Zeus !

 - Goodbye Mr. Zeus !

 - Goodbye Mr. Zeus !

 - Goodbye Mr. Zeus !
Goodbye Mr. Zeus !

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