Il curioso sdoppiamento professionale del cineasta bolognese (di Budrio, per la precisione) gli ha infatti concesso di oscillare fra lavori destinati al mercato e altri dall'attitudine prettamente "divulgativa", spesso a corollario di interventi a carattere saggistico su prestigiose riviste scientifiche, oppure delle numerose campagne di scavo da lui condotte. Insomma, Sarti non è un uomo che "campa di cinema", e questo è per lui un aspetto oltremodo salvifico, dal momento che ciò gli consente di fare più o meno ciò che vuole con la macchina da presa. Ovviamente avendo a disposizione i soldi necessari.
A tal proposito, quella di
Goodbye, Mr. Zeus! è la classica vicenda "all'italiana" di finanziamenti statali garantiti e poi mai erogati, oppure erogati a fatica, con il regista e i suoi produttori costretti a inseguire sovvenzioni private non sempre a portata di mano o pienamente garantite dalla serietà degli occasionali (per fortuna che c'era un produttore caparbio come Beppe Caschetto a fare da "garante"): d'altronde è questa la "loro" stagione, non a caso abbiamo appena finito di parlare di
Alice di Oreste Crisostomi, che ha vissuto una vicenda produttiva (e in misura ancora maggiore sotto un punto di vista distributivo) grossomodo analoga.
Si accennava dell'autarchia produttiva, e dunque della relativa libertà realizzativa, di cui Carlo Sarti, forte del fatto di fare un altro mestiere" per vivere, può godere, permettendosi di conseguenza il lusso di "osare" qualcosa in più rispetto all'ordinario. Così
Goodbye, Mr. Zeus!, a dispetto del titolo che riecheggia un vecchio racconto di formazione di ambientazione scolastica del cinema britannico della fine degli anni Trenta (
Goodbye, Mr. Chips di Sam Wood, 1939), si configura in realtà come una briosa commedia surreale, dalle trovate che sconfinano spesso e volentieri nel grottesco, "cifra" narrativa che Sarti aveva già sperimentato nel precedente e già citato
Se c’è rimedio perché ti preoccupi?, anche se non con questa sistematicità. In
Goodbye, Mr. Zeus! si narra del
ménage fra Alberto, timido e impacciato
travet tristemente impiegato in banca, e la dispotica Adelaide, sua fidanzata perennemente insofferente nei confronti delle "distrazioni" del compagno. Come Paperino e Paperina, i due conducono un rapporto all'insegna della medesima falsariga: lui commette regolarmente qualche errore, lei lo punisce. Quando Alberto si rende conto di essersi dimenticato di comprare il regalo di compleanno per Adelaide, inizia la catastrofe: nel precipitarsi verso un negozio di animali per acquistare il levriero afgano (sic...) tanto desiderato dalla ragazza, egli tampona un'auto, stende un povero ciclista e viene derubato. Con i pochi spiccioli che gli rimangono in tasca, non potendo più permettersi il levriero, ripiega su un più modesto pesce rosso, sperando che la fidanzata sia comprensiva. Non lo sarà: Alberto si ritrova ben presto solo e con un pesce rosso in più a carico, il quale, però, miracolosamente, si rivela un essere senziente e parlante, e inizia a comunicare con il nuovo proprietario. Grazie al loquace esemplare di
carassius auratus, Alberto capirà infine di essere a sua volta un "pesce in acquario", prigioniero di obblighi e convenzioni. Come fare a fuggirne? Sembra proprio che il simpatico pesciolino rosso abbia alcuni consigli utili per l'occasione. Utili ma anche interessati, dal momento che anche egli si trova un po' "costretto" in quella boccia di vetro di dimensioni così contenute, e cambierebbe volentieri domicilio. Peccato che poi i consigli dell'animaletto non si rivelino sempre delle autentiche perle di saggezza, e così Alberto si ritrova a vagare nudo per Bologna e finisce in un ospedale psichiatrico, nel quale, anche grazie all'incontro con alcuni internati più suonati di lui, capirà che l'unica speranza per lui - e per Zeus - è la fuga...
Il punto di forza di
Goodbye, Mr. Zeus! è costituito senza dubbio dal connubio vincente fra originalità dell'intreccio e comicità paradossale delle situazioni che coinvolgono lo sventurato Alberto. Senza andare troppo lontano (c'è chi ha scomodato, in maniera un po' frettolosa, i fratelli Marx e Jacques Tati), vengono in mente alcune pagine felici - e purtroppo decisamente rare, al pari di quelle di Carlo Sarti, più o meno per gli stessi motivi - del cinema di Sandro Baldoni, non a caso fermo (al cinema, non a teatro) dal 2008, anno del suo terzo lungometraggio
Italian Dream. A volte il paradosso sfiora il
nonsense, ma Sarti è abile a districarsi anche in questo ambito, senza far perdere all'intreccio l'impressione di necessità di ogni sua parte. Purtroppo, necessità non significa organicità, e dunque, complici anche le tante difficoltà produttive, a livello di scorrimento il film procede a sbalzi, alternando momenti dal ritmo invidiabile a parentesi in cui affiora una certa "fatica" nel tenere insieme le fila del racconto. Al contrario, regge il discorso di fondo, l'elogio della follia che sottende all'apparato simbolico dell'intero lavoro.
Fra gli attori, Fabio Troiano replica per l'ennesima volta - e con una punta d stanchezza in più - il personaggio lunare e stravagante che si porta dietro dai tempi di
Dopo mezzanotte di Davide Ferrario. Mentre la solitamente più compassata Chiara Muti sveste qui i panni algidi di cui è stata spesso rivestita per un ruolo più leggero, a tratti persino caricaturale. A far loro compagnia, il prode Max Mazzotta, al quale, quasi per predestinazione fisiognomica, spetta il ruolo del
fool. Anche questo è un segno dei tempi... Da segnalare, infine, anche la raffinata selezione di musiche (Smack Daniel's, The RavenMaster, Andrea Dessì & Marius Svensson), coordinata da Andrea Guerra...